Articolo di Carla Ricci
“Ti prego, ti prego, non preoccuparti, quante volte devo dirtelo:
non hai altra scelta se non quella di essere chi tu sei e dove tu sei”
Ikkyu Sojun
LA PRATICA
Sviluppando calore e sudore, è fortemente depurativa. Le sequenze di posture si ripetono ogni volta e potremmo pensare che sia noiosa, ma in realtà la sua bellezza sta proprio nel poter vivere ogni asana come il seme di una mala nel canto di un mantra, ci si può sentire dentro ad un flusso armonioso. Si rimane in asana dai 5 ai 20 respiri. Ujjayi pranayama accompagna tutta la pratica e diventa la musica che guida ogni gesto, aprendo le porte ad uno stato mentale di assorbimento profondo. Uddhyana parziale e Mula bandha sono tenuti in tutta la pratica, mentre il Jalandhara è presente spontaneamente in alcune posture, mai in kumbhaka. Lo sguardo, Dristi, è direzionato e appoggiato in nove punti diversi a seconda dell’asana: punta del naso, Ajna chakra, ombelico, mani, dita del piede, laterale destra e sinistra, pollici, verso il cielo.
Gli asana sono spesso complessi e ripeterli porta ad avere una certa confidenza e a comprenderne le chiavi. E’ come suonare alla chitarra un brano di Bach: l’impegno diventa devozione, amore, attenzione ad ogni gesto e meraviglia quando la pratica diventa fluida e facile.
INSEGNARE ASHTANGA
L’unica cosa che possiamo trasmettere agli altri è la nostra esperienza.
Per insegnare è importante praticare per anni, studiare l’anatomia, i bandha e la fisiologia sottile, aver ricevuto mille volte lo stesso aggiustamento sviluppando poi il giusto sentire nel toccare gli altri, farsi male durante la pratica e guarire con la pratica stessa, studiare i testi, cantare i mantra comprendendone il significato, imparare ad ascoltare e soprattutto meditare, scoprendo l’arte della relazione e lasciando le proprie aspettative profonde verso sé stessi e verso l’allieva/o che diventa nostro specchio e nostro maestro.
Nell’insegnare i confini si aprono, la sensibilità si dilata verso la classe intera per poi focalizzarsi in un attimo sul piede dell’allieva/o, sulla qualità del suo gesto o del respiro, sulla sua modalità di presenza. Il modo di comunicare i contenuti ha poi una sua reale importanza, affinare il linguaggio e provare a comprendere e farsi comprendere è il cuore dell’insegnamento.
PER CHI INIZIA
Sentire il proprio respiro naturale, accorgersi del suo legame con gli stati psichici è il primo passo verso una pratica intelligente. Si introduce poi ujjayi pranayama e si propone una facile sequenza per imparare a muovere il corpo in armonia con il respiro. Si inizia a guidare la classe e, con pazienza e molta gradualità, ad aggiungere nuove posture della sequenza. Insegnare è come cantare un mantra e il tono della voce aiuta a mantenere uno stato di serenità, mentre il respiro ujjayi dei praticanti, all’unisono, crea un suono come quello del mare che con il suo andirivieni calma e rilassa. La pratica sembra uguale per tutti, ma in realtà le varianti alle posture sono infinite in relazione alle condizioni giornaliere, all’età, alle patologie e alla stanchezza o vitalità del momento. Durante il primo anno di pratica si arriva a praticare fino a circa metà della prima sequenza, armonizzando il gruppo, lavorando su come assumere e lasciare la postura senza farsi male, sull’allineamento e sulla gioia del praticare insieme. Nel nostro centro di yoga ci sono sempre attive delle classi per chi pratica da poco tempo o vuole iniziare.
LO STILE DI MYSORE
Questo stile si chiama così proprio dal modo di insegnare che aveva K. Pattabhi Jois, in India.
Una volta imparata a memoria la sequenza si può accedere alle classi di Mysore dove si pratica in silenzio, senza essere guidati, seguendo il proprio ritmo di respiro insieme al movimento. Se l’energia è buona si può respirare lentamente e tenere gli asana per un tempo più lungo, se siamo stanchi o meno esperti il respiro è più veloce e la pratica meno intensa. Si può poi arrivare ad eseguire una parte della sequenza o la sequenza intera, a seconda di come ci si sente. Ognuno segue il proprio ritmo e nonostante questo la presenza del gruppo dona forza, energia e motivazione nel condividere una pratica impegnativa e faticosa. Le sequenze sono fisse e per l’insegnante non ci sono programmi o temi da svolgere nell’arco di un anno. Non ci sono cattedre, ma si è presenti tra gli allievi, si suda con loro aiutandoli negli asana e sussurrando consigli. Quando si vede che per un allieva/o i movimenti diventano fluidi si aggiunge alla sua sequenza l’asana seguente mostrandolo e spiegandolo. Liberi da un punto di arrivo, è chiaro che il vero maestro è il nostro vivere e la pratica cambia e dipende da come abbiamo dormito, mangiato o vissuto la giornata.
Per l’allieva/o concludere una serie potrebbe impiegare anni di pratica, per poi tornare ad eseguirne solo una parte in momenti difficili o in presenza di problemi fisici; in questo caso si può rimanere anche 20 respiri in un asana considerato terapeutico per il problema specifico. E’ importante l’ascolto nella totale onestà.
Le classi di Mysore non possono mancare in un centro di ashtanga yoga.
L’ARTE DEL TOCCO
L’insegnante non pratica con gli allievi, ma li aiuta con quelli che chiamiamo aggiustamenti, intervenendo con un tocco consapevole per indicare l’allineamento e la giusta direzione per entrare e uscire dall’asana. Questo momento di intimità è importantissimo, crea fiducia, empatia e disponibilità verso l’insegnante.
Il tocco è un linguaggio non verbale durante il quale ci si può accorgere delle aspettative o tensioni, delle paure che tratteniamo per esempio in una spalla e lasciarle andare attraverso il respiro e la disponibilità ad essere aiutati. Ovviamente se l’insegnante è identificato con i risultati o poco esperto, si possono creare dei danni fisici e psichici a volte anche gravi. Anche l’allieva/o può iniziare a identificarsi con i risultati e può cominciare a ritenere l’insegnante “strumento indispensabile” per arrivare a raggiungere una certa posizione. In una pratica dove le serie sono spesso chiamate “per principianti, intermedi e avanzati”, è facile sentirsi bravi o migliori degli altri solo perché si è in grado di eseguire posture complesse. Un grave malinteso, carico di sofferenza.
LA LUNA PIENA E GLI APPROFONDIMENTI
Nella tradizione di ashtanga yoga nei giorni di luna piena e di luna nera non si pratica e anche la sala di yoga a Mysore rimane chiusa. La luna è un satellite della terra che esercita una fortissima attrazione sui liquidi e si ritiene abbia anche una grande influenza sul nostro sistema nervoso. La pratica è basata sul sudore e la spinta dei liquidi all’esterno sommata all’attrazione della luna potrebbe creare dei disagi psicofisici durante la pratica. All’opposto quando c’è luna nera l’attrazione sui liquidi è molto bassa e l’energia per praticare è poca. I giorni in cui c’è luna piena o nera, sono dedicati allo studio dei bandha, al significato dei mantra, a Patañjali e a domande sulla pratica. Abbiamo poi domeniche e ritiri di una settimana dedicati ad argomenti specifici di approfondimento. Viviamo in una cultura che spinge fortemente verso il “fare per ottenere” e alcune persone vengono a praticare credendosi in palestra, non c’è desiderio di ascolto, curiosità o una domanda che emerge, ma solo fretta di arrivare.
I CANTI
Prima di praticare si canta insieme un mantra, costituito da diverse parti messe insieme (inizia con due versi tratti dallo Yoga Taravali attribuito Adi Saṅkara) di buon auspicio e di gratitudine verso Patañjali. Si invoca la sua benevolenza, la sua presenza, il suo aiuto, ma anche si dedicano a lui gli sforzi compiuti. Imparare il mantra non è semplice, ma con pazienza è possibile. L’insegnante intona una strofa e gli allievi la ripetono: una strofa dopo l’altra il mantra entra dentro di noi e nella nostra memoria.
Al termine della pratica c’è il Mangala mantra, di augurio e prosperità, in cui ci si rivolge all’Universo affinché l’energia della nostra pratica e della nostra vita possa essere messa al servizio della pace, del risveglio, dell’equilibrio delle energie nel nostro pianeta e della liberazione dalla sofferenza per tutte le creature. Praticare è un gesto d’amore e di gratitudine verso l’universo infinito.
LO YOGA NOMADE
Può capitare che la pratica venga vissuta come una specie di ginnastica da eseguire e che la frase di Pattabhi Jois “pratica e tutto si realizza” venga profondamente malintesa. Ci si può identificare con la sequenza di posture, iniziare a frequentare workshops di qualche giorno con maestri diversi o frequentare per due mesi un insegnante solo per carpire delle tecniche e fare uso di alcuni consigli per raggiungere risultati e sentirci migliori degli altri. Si collezionano così asana complessi ed esperienze di workshops come piccoli trofei senza voler comprendere il significato profondo dello yoga. E’ facile scambiare le endorfine prodotte dal respiro e dal sudore con l’amrita, il nettare della gioia, e piegare il corpo alla volontà pensando che il dominio sulla nostra natura sia libertà di scelta.
In questi casi sarebbe importante fermarci e iniziare ad imparare l’arte di amare, del non attaccamento, nell’ascolto consapevole, magari seguendo l’insegnamento di una persona con la giusta attitudine ed esperienza. Patañjali con i suoi sutra è un dono da leggere e su cui riflettere: non possiamo percorrere una via di yoga senza una sincera disponibilità al cambiamento e senza un’etica nel vivere.

