Il dolore nello yoga

COSA CI INSEGNA IL DOLORE NELLO YOGA

L’esperienza di dolore ci aiuta a capire e a cambiare

 Carla Ricci racconta la sua esperienza

Quando mi sono fatta male praticando yoga

L’ashtanga vinyasa yoga è una pratica in cui le asana e il pranayama sono tante e alcune di queste richiedono un corpo estremamente forte ed elastico, ovvero, esprimendosi semplicemente, sono difficili da eseguire.

La pratica richiede un alto livello di attenzione, i muscoli sono caldi e il limite, se non si è presenti e in ascolto delle sensazioni, viene superato facilmente.

Capita quindi di farsi male e così è il dolore che diventa nostro maestro, ci dice molto di noi.

Nel 1996 ho inziato a praticare hatha yoga e non mi sono mai fatta male. Nel 1993 ho iniziato a praticare ashtanga vinyasa yoga.

Ho avuto dolori e gonfiori alle ginocchia nei primi anni di pratica di ashtanga.
 Nel 1997 sono stata a Mysore in India e il Maestro è salito con tutto il suo peso sulle mie cosce in baddhakonasana. Sono dovuta andare in ospedale in India per cercare un medico ayurvedico che mi potesse aiutare.

Nel 2002 ho cominciato a soffrire di un mal di schiena fortissimo dovuto ad un aggiustamento fattomi in kapotasana alle 5 di mattina, dopo una notte in cui avevo dormito veramente poco e male. Mal di schiena che non mi ha lasciato per circa 3 anni.

Ricordo con esattezza il momento in cui la mia schiena ha gridato di dolore perché non avevo mai sofferto di mal di schiena prima.

Sto parlando del dolore fisico, senza considerare i dolori psichici, ovvero le situazioni di dinamiche di potere tra maestro-a e allieva. Ci sono poi le dinamiche di gruppo che possono diventare veramente perverse se all’interno del gruppo si vive una competizione, gelosie o frustrazioni.  Capita.

Perchè

La prima risposta, quella più semplice e più superficiale, è: perché il mio maestro e i suoi assistenti facevano degli aggiustamenti veramente pesanti.

Questo perché si vive una pratica completamente identificata con l’esecuzione delle asana, nella sua forma esteriore. Tutta l’energia viene spesa per andare avanti nella sequenza, nell’arrivare a fare l’asana, non importa come e a quale prezzo.

Molti insegnanti sono poi completamente inconsapevoli dell’allineamento e di come si entra e esce in postura con un corretto movimento ed uso del corpo, della muscolatura e delle articolazioni, così  alcuni loro aggiustamenti si possono trasformare in veri atti di violenza, non solo in ashtanga yoga.

Potrei allora dare la colpa a loro, all’ambiente estremamente competitivo dove l’esecuzione dell’asana viene prima di tutto, al fatto che nessuno e mai ci ricordasse e ci spiegasse il senso profondo della pratica yoga. Un estremo lavoro sul corpo, vissuto in una ignoranza totale rispetto allo yoga come strada spirituale e di risveglio coscienziale.

 Come hai risolto 

Guardando più in profondità, penso che quel periodo mi abbia dato la possibilità di confrontare i miei demoni. I miei sensi di colpa e di inadeguatezza per cui la sofferenza può diventare un mezzo di espiazione. Il proprio corpo ne diventa la vittima.

Uno stile di yoga in cui le sequenze vengono chiamate per principianti, intermedia e avanzata si capisce bene quanto possa essere frustrante non riuscire ad avanzare, andare avanti. Andare dove?

Il dolore fisico e il disagio mi hanno portato ad una crisi profonda. Dopo aver chiesto diverse volte un colloquio con il mio maestro alla cui domanda la risposta è stata “n’cho niente da ditte (non ho nulla da dirti)” mi sono allontanata da quell’ambiente che allora era anche una specie di famiglia per me.

Non volevo cambiare stile di yoga, sono innamorata del movimento insieme al respiro. Amo la danza, ho un forte senso del ritmo. Vivo in Umbria e San Francesco mi ha sempre detto che si può provare a vivere il messaggio del vangelo nel modo più autentico senza dover necessariamente diventare Vescovo.

Ho sempre continuato a praticare consapevole che il respiro ujjayi insieme al movimento e al sudore fossero una fonte di benessere e guarigione. Ho cominciato ad adattare la pratica alla mia condizione, senza forzare con l’ascolto del corpo e dei limiti del corpo.

Non sono mai andata da un medico per il mal di schiena consapevole che lo yoga è il miglior metodo di guarigione, ma anche consapevole che l’unica cosa da fare è migliorare la condizione della muscolatura sia dell’addome che della schiena e avere un intestino felice e sano.

Insieme allo yoga mi sono curata con erbe fresche, macerati idroalcolici, auto -shiatsu e massaggi con oleoliti, in aggiunta ad un’alimentazione veramente semplice e vegetariana.
Ho studiato e praticato shiatsu per circa 20 anni e nello shiatsu il corpo è attraversato da meridiani. Il dolore arrivava non a caso, ma in corrispondenza di un meridiano e quindi anche i medicamenti erboristici sono stati rivolti agli organi interni corrispondenti, non solo ai muscoli o ai tendini.

Non ho mai preso un antidolorifico se non per il mal di denti. 

Ho iniziato a seguire gli insegnamenti di Richard Freeman e Mary Taylor.
Loro mi hanno aiutato a perdere la paura delle asana e a comprendere come entrare ed uscire dalla postura senza farsi male.
Un altro mondo e un altro approccio, più saggio ed intelligente. Scoprire la bellezza dello studio dei testi sacri, il senso profondo dei mantra, il valore del silenzio nella meditazione è stata per me una rivelazione, ma è stato anche tornare alla mia vera natura.

Ho comunque dovuto iniziare da zero. Una nuova visione e un nuovo modo di praticare le stesse asana, lo stesso tipo di yoga.

Un ambiente sereno e senza competizione aiuta a liberarsi dallo stress e quindi dal dolore.

Gli insegnamenti che hai ricevuto da questa esperienza

Tutte le pratiche, la vita e l’attimo presente sono solo uno strumento, un’opportunità e noi possiamo solo cercare di utilizzarle al meglio, godendo di tutto ciò di buono che ci viene dato e cercando di trasformare in buono quello che di brutto esiste in noi.

Lo yoga è solo uno specchio che riflette meglio e ci fa vedere noi stessi, la nostra immagine, sta a noi guardare bene e ascoltare meglio.

Tutto nella consapevolezza dei nostri limiti, senza particolari aspettative. Facendo il meglio ma senza dover dimostrare a se stessi e al mondo.
Ho imparato che in questo cammino siamo soli, che il maestro, la tecnica, la pratica ci possono accompagnare per un periodo ma poi siamo noi a dover o poter, ogni istante, rinnovare le scelte per noi stessi e per l’universo in cui viviamo.
I maestri sono persone, non sono perfetti. Il maestro è comunque generoso perché espone se stesso al giudizio dell’allievo. Bisogna comunque ringraziare.
Starà poi a noi comprendere se un maestro vuole creare dipendenza ed abbrutimento in noi o ci aiuta ad elevarci, a migliorare e a liberarci dalla sofferenza per renderci felici.

Rinnovare la motivazione, chiedersi perché pratichiamo e dove porta il nostro cammino ci aiuta ad essere sempre presenti a noi stessi senza perderci in un labirinto di esperienze che disperdono la nostra forza vitale. Lo yoga diventa allora uno strumento per vivere meglio.