Trattieni
stella della memoria
dal tuo respiro
tutto ciò che può essere calmo
“Al contrario” è il titolo di una performance d’arte da me ideata e realizzata insieme ad alcuni amici nel 1989 presso Opera, galleria d’arte di Perugia. In un cerchio disegnato sul pavimento, ai quattro punti cardinali, sulla striscia di confine, quattro persone stavano in sālambaśīrṣāsana per sette minuti con i microfoni vicino al viso per amplificare il suono del respiro. Agli spettatori erano state consegnate quattro poesie, tre le ritrovate in questo articolo.
Avevo 27 anni, praticavo yoga da quattro anni e non avevo ancora letto l’Hatha Yoga Pradipika né le Upanishad, ma erano passati solo tre anni dal disastro di Chernobyl, le ferite del terrorismo erano aperte e la mafia era già nascosta dentro le pieghe della politica e della finanza. Soffrivo nella consapevolezza che noi umani stavamo percorrendo la via contraria, quella della fatica e del dolore rifiutandoci di ascoltare madre natura, volendo ostinatamente sentirci padroni del mondo. Le parole possono nascondere, il respiro può solo svelare: dopo sette minuti di sālambaśīrṣāsana il respiro era affannato.
In un mondo dove abbiamo scelto conflitto e fatica, la poesia e l’arte possono diventare salvezza. Così, lo stare al contrario può aprire in noi altre visioni e nuove prospettive. Lasciando la paura di cambiare possiamo smettere di cercare ossessivamente il controllo sul vivere, aprendoci all’ascolto e amando stupore e mistero. Magari stare al contrario in un mondo che sta già andando al contrario può voler indicare stare proprio nella giusta direzione?
Nessuna strada
nessun sentiero
mostra l’itinerario
Naviga una canoa nel fiume dei sogni
Volpi bianche
come nebbia fitta nel timone
NELLO YOGA
Una posizione di equilibrio dove il cuore sta sopra la testa, una resa totale della mente verso il cuore, sālambaśīrṣāsana richiede pazienza, attenzione ed esperienza nella pratica in tutti i suoi aspetti. In Ashtanga Yoga (che è una forma di Hatha) si pratica per venticinque lunghi respiri al termine di tutte le sequenze, in una serie di asana dagli effetti rinfrescanti. Nell’Hatha yoga è l’insegnante che decide se e quando proporla e si può arrivare a tenerla anche trenta minuti. Ha effetti benefici, sempre legati al tempo e alla frequenza di pratica, sulla circolazione, sulla digestione, sul riposizionamento degli organi interni, sugli stati di benessere e di senso di liberazione della mente. E’ bene non praticarla durante il ciclo, in casi di pressione molto alta e quando siamo stanchi e distratti.
COME FARE
Ancor oggi la frase “just do it!” (basta farlo, fallo!) è come un mantra, poco tempo fa l’ho trovata scritta sui pantaloni di una mia allieva. Per anni ho provato anch’ io a fare, imparando da quello che vedevo, sia dall’insegnante che dai compagni di pratica, ma, dopo aver sofferto di un forte dolore alla schiena è nata in me la domanda: “how to do it?”, “come farlo”? Da quel momento si è aperto un meraviglioso spazio di studio e ricerca, scoprendo la bellezza del sentirmi di nuovo principiante. Una postura difficile è comoda e stabile quando include in sé molta pratica nella comodità e nell’ascolto attento di posizioni più semplici. I movimenti più importanti sono quelli di entrata e di uscita dalla posizione che ci garantiscono un bisogno minimo di aggiustamenti una volta entrati in asana.
FORMA E IMMAGINAZIONE
Nell’esperienza yoga l’immaginazione ci aiuta ad aprire un mondo di sensibilità e di intensità nella presenza e nel sentire, senza dover attivare la mente che cerca risultati.
Allineando la forma all’immaginazione, passo dopo passo ci troveremo a vivere la postura liberi da paura e da sforzi eccessivi. La visualizzazione può diventare così meditazione e rivelarci quanto sia paradossale il nostro quotidiano autoriferimento.
LA RESPIRAZIONE OMBELICALE
Ujjayi pranayama è il cuore della pratica. Una respirazione profonda ci ricorda che fin dalla nascita siamo connessi all’universo attraverso l’ombelico (nabi o manipura chakra) e che la vita esiste solo in relazione ad altre creature. Respirando si inizia a sentire la pulsione e l’energia nella zona tra l’ombelico e la colonna vertebrale chiamata “core” (nòcciolo, nucleo) che si espande come un sole e che ci dà un senso di radicamento e di stabilità. In India si racconta che Brahma sia nato dall’ombelico di Vishnu che ha in mano un fior di loto (una mente limpida nella trasformazione) appoggiato sul serpente Adishesha dalle mille teste lucenti (attenzione e risveglio). Quando il respiro fluisce fino all’ombelico, possiamo sentire l’onda di prāṇa che va verso apana e viceversa e vivere la pratica incarnando Vishnu, sentendoci leggeri e sorretti da un infinito soffio vitale. Il dṛṣṭi, lo sguardo, è appoggiato alla punta del naso, per i principianti in un punto di fronte.
L’ASSE CENTRALE
E’ samasthitih che ci invita a sentire la verticalità. Immaginando un filo che cade a piombo dentro alla nostra colonna vertebrale, iniziamo ad appiattire un poco le grandi curve tenendo mūla bandha e uḍḍīyana bandha parziale, il coccige si abbassa gentilmente, la parte finale dello sterno scivola per riallineare un’eventuale eccessiva lordosi e il mento si abbassa un poco per distendere dolcemente la zona cervicale.
Sālamba vuol dire supporto, śīrṣa vuol dire testa ma in Ashtanga la posizione viene eseguita immaginando lo spazio di un foglio tra il pavimento e la testa che non dovrebbe appoggiare mai. Inizialmente l’appoggio della testa è inevitabile, ma il corpo è sostenuto dalla spinta di muscoli (tricipiti, retti addominali, sacro spinali, dentati, sotto spinati e gran dorsali) che ci eleva verso l’alto. Condivido questo metodo anche nell’Hatha Yoga.
LE ALI DEI RENI
Negli insegnamenti di Richard Freeman e Mary Taylor è un’importante propedeutica che chiamiamo “le ali dei reni”.
Facciamo l’esperienza in piedi sollevando le braccia con una inspirazione e, per evitare di contrarre i muscoli tra l’orecchio e la spalla, immaginiamo di prendere in mano dei leggeri petali di fiori e di sollevarli in cielo fino alle nuvole.
Come un uccello con grandi ali sentiamo che la spinta delle braccia verso l’alto può essere sostenuta da tutto il tronco e, partendo proprio dalla zona dei reni e più internamente dal core, il movimento ci può regalare la sensazione di estenderci oltre i limiti del corpo. Ci si connette alle costole fluttuanti che circondano i reni, grazie alle quali il bordo del diaframma è attaccato ai quadrati dei lombi e che sono intimamente connesse al respiro.
Quando inspiriamo c’è una tendenza spontanea a contrarre il flessore dell’anca e l’energia di prāṇa si separa da quella di apāna .
Mantenendo i bandha e il coccige stabile leggermente rivolto verso il basso sia lo psoas che il quadrato dei lombi rimarranno distesi. Connettendoci consapevolmente alle ali dei reni, si sente l’energia di prāṇa (cuore) connessa ad apāna (perineo), la parte bassa dei polmoni che si espande, i muscoli della schiena che si attivano, mentre si ha una sensazione di risveglio e di apertura, senza perdere il radicamento.
E’ importante anche sentire la spirale che accompagna il movimento.
Il trapezio scende, le scapole si separano e la zona dei reni si connette contemporaneamente con le braccia e con le gambe mentre si inizia a sentire lo psoas che si allunga.
Poi, espirando, le braccia tornano ad abbassarsi continuando ad estendersi nello spazio senza perdere l’equilibrio.
Figura sotto

POSIZIONE DEL CUCCIOLO
Ci si posiziona con le ginocchia a terra e con le cosce perpendicolari, braccia distese e testa allineata con la schiena. I polpastrelli sono poggiati a terra mentre le mani si tengono sollevate. Mentre le mani premono a terra il perineo si allontana e potremo sentire ancora meglio l’insieme dei muscoli coinvolti nell’āsana e la loro posizione corretta.
Figura sotto

L’IMPORTANZA DEL BACINO
Ora con le ginocchia a terra stringiamo i gomiti con le mani opposte per trovare la giusta distanza delle braccia e poi incrociamo le dita appoggiando la testa a terra. Piccoli passi verso il tronco fino a quando è il bacino che entra in azione con un movimento di anteroversione, piegando le ginocchia le gambe diventano leggere e salgono con facilità.
Una volta in sālambaśīrṣāsana sentiamo gli avambracci che spingono a terra connessi alle ali dei reni e tutto ci solleva. La testa non è più poggiata a terra, i talloni toccano il cielo con piedi sensibili e gambe vive. l’incontro delle spinte direzionali si rivela aprendo gli spazi interni del corpo. Si ritorna dalla posizione con attenzione e, come lo scalatore di montagna, ripercorriamo esattamente lo stesso sentiero che abbiamo fatto per salire. Dopo la postura ci si rilassa in bālāsana.
COME CADERE
Questo asana è per chi pratica già da tempo anche gli archi dorsali, in particolare ūrdhva dhanurāsana. Se ci si sente sbilanciare all’indietro è importante piegare subito le ginocchia e ci si ritroverà in arco evitando di cadere di schiena.
BEVENDO IL NETTARE DELLA GIOIA
“Nella consapevolezza che la bellezza e la grazia non sono oggetti, allora tutto è bello e pieno di grazia.” Eric Baret
Nella fisiologia energetica dello yoga il nettare della gioia cade dal Sahasrāra chakra nel bindu (palato molle) e poi scende in manipura chakra per essere bruciato. Stando in inversione la direzione della fiamma di manipura si capovolge e invece di bruciare l’amrita inizia a bruciare le scorie della digestione con una profonda purificazione anche della zona sessuale, liberandoci da desideri inutili e identificazioni dolorose. Ci viene data così l’opportunità di bere il nettare della gioia, a condizione che il nostro palato molle sia vuoto, libero da tensioni, ovvero quando siamo tranquilli e nulla ci appare essenziale. Continuando nella pratica scopriremo che non siamo noi ad essere speciali, ma speciale è il momento presente che si rivela a noi.
Vivere nella gratitudine può aprirci ad un sentire dove tutto è meraviglia e poesia.
Segrete,
vegetali parole
Acqua ignara
Quotidiano zero
Alberi irti nelle case di nulla
Benedici o poeta questo luogo
affinché il silenzio amerà il suo sviluppo.
Articolo di Carla Ricci pubblicato da YANI (Yoga Associazione Nazionale Insegnanti) nella rivista Percorsi di luglio 2025
BIBLIOGRAFIA
Poesie di Stefano Squarcia
L’arte del Vinyasa di Richard Freeman e Mary Taylor – Edizioni Mediterranee
L’unico desiderio di Eric Baret – Editrice La Parola
Yoga Corpo di Vibrazione di Eric Baret – Edizioni Anthropos

